• io vado a METANO

Io a 6 mesiEra l'una di notte di un afoso sabato di Maggio del 1983 quando mia mamma svegliò l'intero reparto al grido di "NASCE! PORCA PUTTANA NASCE!". Né lei né i dottori ancora sapevano con esattezza cosa stava nascendo ma guardarono l'orologio, fecero buon viso a cattivo gioco e si diedero da fare con la flebo di caffè strong piantata nel braccio.

Aprile 1986, ChernobylEra il 26 aprile del 1986, ancora non avevo compiuto tre anni, che una nube radioattiva si levò dalla centrale nucleare di Chernobyl e fece rotta in varie direzioni, Italia compresa, provocando uno dei più grossi disastri dell'umanità. Il 7 Maggio del 1986 venni ribattezzato dalle scorie radioattive che vagavano nell'aria. Quelli di quei giorni sono forse i primi ricordi lucidi che ho della mia vita e mio nonno, in un bellissimo tramonto dai colori rosa fucsia e rosso nucleare, m'impedì di raccogliere una margherita per timore che fosse contaminata. Sono tutt'ora convinto che gran parte di come sono ora sia merito di quelle radiazioni che mi colpirono alla fatidica età di tre anni.

ValentinaDa quel giorno la mia vita trascorse piuttosto tranquilla se vogliamo far eccezione per quel drammatico giorno di mezza estate in cui mamma mi chiese di scegliere un nome femminile e io, prontamente, indicai Valentina. La più grossa catastrofe annunciata della mia vita: il 15 Marzo 1988 nacque mia sorella.

Pigliai la licenza elementare con una splendida disquisizione sui pittori vicentini Tiepolo padre e figlio, sulla villa Valmarana ai Nani e sui nani in generale, grazie all'enciclopedia degli gnomi di David Gnomo della DeAgostini... La licenza media invece la ottenni grazie al fermo rifiuto da parte mia nei confronti della prof di musica (che ancora non ho ringraziato abbastanza) di suonare qualcosa col flauto. Le raccontai per filo e per segno com'era composta una batteria, descrissi il progetto di un semaforo a commutazione manuale e mi distinsi nell'enumerazione delle scoperte tecnologiche portate dalle due Guerre Mondiali.

Il diploma in Elettronica e Telecomunicazioni meriterebbe un lungo discorso a parte ma mi limito a descrivere i passi salienti del mio orale di maturità. Dopo essermi presentato totalmente rapato quando - chi mi conosce lo sa bene - fino al giorno prima avevo una coda fino a metà schiena - cosa che, peraltro, impressionò molto la commissione - mi apprestai a discutere la costruzione dei circuiti integrati monolitici. Uno scivolone, prontamente recuperato, convinse il prof di TDP che era il caso di passare all'esame pratico del mio progetto: sintetizzatore a tre ottave. Non ha mai funzionato, tutt'ora mi chiedo la causa. Nonostante questo la spiegazione che accampai al prof di Elettronica e Tele fu abbastanza convincente. L'avevo pensata mentre ancora discutevo degli IC. Nonostante questo non poté esimersi dal commentare il mio 14 nel tema di Tele con un "sì, non ho mai visto un lavoro svolto meglio ma, credimi, se tu mi avessi rispettato anche solo uno standard forse il 15 te lo potevo dare". Il prof di Sistemi non trovò di meglio che interrogarmi sui filtri passa-basso del quarto ordine con approssimazione di Butterworth. Fantascienza, teoricamente. Realtà, invece. Del tutto, erano l'unica cosa che funzionava a dovere. Era l'unica cosa che sapevo spiegare. La prof di Italiano non vedeva l'ora di inchiappettarmi come si deve (sì, sono tutt'ora convinto che ce l'abbia a morte con me) ma dovette aspettare ancora il turno della matematica. Impressionai (negativamente) la prof parlandole della radice di due e delle radici in generale. Impietosita, decise di passare la parola alla prof di Italiano la quale mi aggredì subito con un "mi dispiace, tu hai scelto l'articolo tecnico, l'hai fatto ottimamente, come al solito, ma ci sono alcune imperfezioni per cui ti ho tolto un punto: 13" e io pensai "e l'altro punto me l'hai levato perché so scrivere e ti rode, vero?". Devo ancora capire come si giudica un articolo di giornale se anche il prof Bollini (bravissima persona) del corso di giornalismo all'Università di Bologna ha dovuto desistere dopo mesi e mesi di ricerca e analisi. Comunque per l'occasione avevo letto uno dei titoli da lei proposti durante l'anno, "I piccoli maestri" di Luigi Meneghello. Solo perché è un autore locale, l'ho scelto, mica per altro... Non potevo immaginare quanto si sarebbe scandalizzata sentendosi dire che il libro non mi era piaciuto per niente, che dava della lotta partigiana un'immagine troppo romanzata e troppo all'acqua di rose, retorica. Dopo un attimo di imbarazzo, aggiunsi "d'altronde c'è poco da aspettarsi da un gruppo di studentelli inventatisi partigiani, eh" e lei tirò un sospiro di sollievo che mi fece svenire per qualche microsecondo, tanto il suo alito era mefitico. Era la volta della Vecchia, così (non troppo) affettuosamente soprannominata dalla tremenda 5^@. La prof Antonia Scarpari di Inglese a cui devo gran parte della mia abilità in questa lingua. Il mio rapporto nei tre anni di specializzazione con questa donna è qualcosa che esula dalle normali classificazioni umane. Quando si trattava di interrogarmi, in qualunque modo e su qualunque argomento, i poveri quattordici disgraziati miei compagni di classe si preparavano alla guerra. Sì, era guerra aperta tra me e la Vecchiaccia: le ore di speaking passavano tra continue frecciatine, lame di ghiaccio, fulmini e saette. Mi ci divertivo un mondo e sono sicuro che anche lei si divertisse a maltrattarmi e a vedere se, prima o poi, ne uscivo vittorioso. Cosa che, di solito, accadeva. In terza mi diede uno striminzito sette a fine anno perché avevamo avuto una pesante discussione e comunque io non avevo voglia di studiare l'Inglese perché ritenevo di saperlo già abbastanza. Non che, in seguito, io l'abbia mai più studiato, sia chiaro. In quarta mi diede un bell'otto sulla buona volontà dimostrata (dove, non si sa) e in quinta, quando avevo fatto il bravo ragazzo per tutto l'anno - leggi: ero sempre riuscito a cavarmela egregiamente negli scontri a fuoco - le proposi di presentarmi alla maturità col dieci e lei disse "ci penserò... perché tu sei un baaaaaaad boooooy ma non lo dai a vedeeeere, birbaaaante". Giuro, parla così. All'esame mi chiese solo se mi ero divertito durante il viaggio di cinque giorni in Germania, mi chiese se mi sarebbe piaciuto lavorare nel campo delle telecomunicazioni satellitari e si disse delusa dalla mia scelta di studiare da ingegnere informatico. Cavoli suoi.

Tutt'ora sono laureato triennale in Ingegneria Informatica e iscritto al primo anno della stessa specialistica a Padova.